Danke, Bert Hellinger

Dopo quattro giorni di Costellazioni Familiari condotte da Bert Hellinger mi sembra che niente sia più come prima. Fuori e dentro di me.

 

Giovedì scorso ero sola tra 90 estranei. Domenica sedevo tra Susanna, l’ex psicoterapeuta di una cara amica, e Nicola, il marito di una donna che ho intervistato la scorsa estate. Ho conosciuto entrambi in questi quattro giorni, ma nello studio di lei ero già entrata attraverso la voce della mia amica, nella casa di lui  direttamente dalla porta d’ingresso. Abbiamo le prove: una foto pubblicata sull’ultimo numero di Glamour ritrae me e sua moglie sul loro terrazzo, entrambe strette nei nostri tubini neri e nei sorrisi di circostanza.

 

 

Tu chiamale, se vuoi, coincidenze

Al seminario eravamo un centinaio di persone, questi incontri avrei potuto farli anche a una festa, mi dico. Ma quello che ho condiviso con loro è stato più intimo di un brindisi. In un esercizio lui che era seduto dietro di me è stato prima mia madre e poi mio figlio, mentre per Susanna sono stata la felicità, felice e appagata a mia volta. Con entrambi ci siamo guardati a lungo negli occhi, scambiandoci lacrime appena velate o aperti sorrisi. A workshop finito parliamo di astrologia, una passione che ci accomuna. Saluto Susanna in piazzale Loreto e lei pochi minuti dopo incontra la mia-amica-sua-ex-paziente che non vedeva da due anni. Mi arrendo all’evidenza. E’ tutto al suo posto, tutto dove deve essere. Abbiamo lavorato per quattro giorni  su livelli energetici molto alti: qualcosa, da qualche parte, si sarà mosso nell’universo!

 

 

“Ciao, sono il tuo dio

Ripenso all’ultimo giorno del workhsop, alle parole di Bert, alle domande e alle risposte. E soprattutto a un avvertimento. “Attenzione alla buona coscienza. Tutte le fazioni di una guerra seguono la loro buona coscienza. Ma chi c’è dietro? Dietro ogni coscienza agisce un dio personale, un dio che si chiama io. Lo segui perchè hai paura di un dio castigante. Però tu ne ho un altro, tutti ne abbiamo un altro e si chiamano tutti io”. Mi vengono alla mente le parole di Igor Sibaldi, l’autore dei Maestri Invisibili e del Libro della Creazione di cui ho seguito un bellissimo seminario su Disobbedienza e Creatività alla Libreria Esoterica di Milano, seminario che si ripeterà a Rimini il 17 2 18 marzo (info: www.maestriinvisibili.com). Sibaldi sostiene che il nostro io è molto più grande di quello che sembra, che noi riusciamo a percepire e non è dentro di noi. Include tantissimo passato, gran parte del futuro e relativamente poco presente. Si può dire che includa qualche milione di persone; a parte i genitori, contiene le persone che i genitori hanno conosciuto e quelli che hanno conosciuto quelli che hanno conosciuto i genitori, e così via per tante generazioni. Ci sono delle similitudini interessanti: Hellinger parla di un dio personale che si manifesta nel gruppo e ha una tendenza a espandersi a guerreggiare con gli altri dei e che l’unico modo di sfuggire è arrivare a un’altra consapevolezza. “Al di là dei nostri dei e della nostra coscienza, c’è solo consapevolezza, una consapevolezza creatrice dove tutti sono uguali e sono voluti come sono, senza differenza”. Come ci si arriva? Non traccia un percorso netto in questo seminario. Ma a ripensare alle meditazioni che abbiamo fatto in questi giorni, lo sintetizzerei con un percorso di riappropriazione del nostro corpo, dei nostri pensieri e delle nostre emozioni.

 

Le due facce dell’amore

Il tempo stringe, il seminario volge al termine. I costellatori costellano ancora, poi si aprono alle domande del pubblico. In qualche modo mi viene chiarito perché certe loro reazioni ci erano apparse così dure: “Il costellatore non deve avere intenzioni, non deve avere paura di ciò che si mostra, nessuna compassione per il destino altrui perché ognuno ha il destino che può sopportare, ma, ed è il punto più difficile, deve porsi senza amore. Sono atteggiamenti che appartengono a una coscienza diversa da chi vuole porgere aiuto, per esempio dagli piscoterapeuti. Ma solo andando avanti nel percorso è dato di comprendere”. Non lo comprendo e me ne sto, ma almeno comprendo perché sembrano talvolta poco empatici: perché non vogliono e non devono esserlo. Sono nell’amore, ma quello dello spirito, un tipo di amore diverso da quello che intendiamo normalmente, un amore che parte dall’accettazione della vita così come è, senza nulla cambiare.
L’amore “tossico” è quella della coscienza, è legato al bisogno di poter appartenere alla famiglia o al gruppo ed è in suo nome che ci addossiamo la responsabiltà (e talvolta perfino le malattie) di qualcuno che è venuto prima.

 

 

Un nuovo spazio di libertà

Mentre Hellinger pronuncia queste parole, mi viene in mente un episodio lontano del mio passato e ho il sospetto di aver fatto un bel “io per te” nei confronti di mia mamma. Chiaro che non posso esserne certa (dubito che Hellinger avvalori l’autodiagnosi) ma  il tarlo mi rode. Sarà bastato fare il pubblico delle Costellazioni per spezzarlo? Ma con tanti lavori sull’accettazione della madre per quello che è, qualcosa tra me e lei è cambiato. L’ho chiamata spesso, ho accolto i suoi timori senza farli miei né restituirglieli amplificati, ho ascoltato i suoi consigli invadenti senza battere un ciglio interiore, senza quella rabbia che a lungo ha caratterizzato il nostro rapporto anche se cerco disperatamente di smorzarla o per lo meno di non ributtargliela contro. Anzi, a dirla  tutta, non li ho neppure considerati invadenti e mi sono aperta alla possibilità che lei avesse ragione e che il suo punto di vista fosse interessante anche se lo esprimeva in un modo concitato. Non sarà una rivoluzione copernicana, ma certamente è un piccolo cambiamento di segno. Così come mi sono accorta di aver detto alcuni no senza  fatica, con garbo e fermezza, senza sensi di colpa, come se l’assertività fosse la specialità della casa.

La mia parte razionale si chiede se sono conquiste definitve (in questo caso sarebbero ENORMI!) o se è solo l’effetto-benessere-centratura del dopo seminario. Qualsiasi durata abbia, questo atteggiamento interiore non ho forzato mi rivela un modo di essere solido e una fermezza che non conoscevo. E’ uno spazio di libertà e come tale la accolgo. Ringraziando chi mi ha aiutato ad aprire il sentiero.

 

Jumping Into My Heart

Se c’è una cosa che ho imparato dalle Costellazioni Familiari è a lasciarmi sorprendere. Non solo perché di tutti i temi trattati non ce ne sono stati due uguali. Ma anche perché quasi tutti i lavori che abbiamo fatto hanno smosso qualcosa dentro di me. Con delicatezza, senza terremoti interiori, come se una mano gentile avesse rimosso qualche sasso troppo grosso o delle erbacce cresciute su un sentiero già battuto. Ma questo è il mio sentire. Il mio sentire di pubblico attivo, partecipato e coinvolto che però non ha messo in scena un suo tema (cioè un problema che mangia il cuore). Alcune Costellazioni sono state così impegnative da lasciarci tutti senza fiato. E almeno una così dura nella sua esecuzione da far sollevare tra il pubblico qualche perplessità.  Figuriamoci tra i clienti (quelli che hanno visto agire la loro richesta) che erano piuttosto provati.

 

La cosa più strana è che, a prima vista, le Costellazioni più dure non sono partite da temi che sembravano più pesanti di altri, né i clienti che li hanno richiesti apparivano più in difficoltà con l’esistenza. Ma evidentemente c’è già un movimento energetico nell’invito  sul palco che Bert e Sophie fanno scegliendo a istinto tra chi nella sala ha la mano alzata.

 

Il primo atto della giornata, dedicatam a trovare una risposta alle domande più gettonate di tutti i tempi (“Cosa ci rende felici?“), è stato fortissimo.Un’insegnante non sposata e senza figli, ha chiesto una risposta sul perché si imbatte sempre in uomini sbagliati, situazioni in cui l’amore non è reciproco.

 

Bert le ha chiesto che cosa ha inflitto lei agli uomini. Se questo può essere sistemato. Poi ha invitato a rappresentare sempre più persone (otto, dieci, non ricordo) che hanno combattuto a coppie o  a gruppi per un quarto d’ora finché non erano tutti stesi a terra. Tutti morti.

Alla fine le hanno detto che è tutto troppo stratificato e complesso perché possa comprenderlo. Di non indagare oltre. Di lasciare che le cose agiscano. E che ci vorranno una decina di anni perché le onde che si sono create arrivino a una risoluzione.

 

Lei ha annuito e si è pacificata. Non ricordo se Bert o Sophie hanno ribadito che l‘anima ha capito ciò che l’intelletto non è in grado di capire. Io ho compreso in quel momento che non avrei più alzato la mano per proporre il mio tema perché se mi fosse capitata una Costellazione del genere mi sarei afflitta ulteriormente.

Ne ho avuto conferma quando un’altra signora è stata giustamente redarguita perché passa troppo tempo a studiare testi di spiritualità (e forse anche a fare consulti): “Troppo spirituale equivale a fuggire in cielo.  A terra c’è l’amore. C’è il presente. Chi vola troppo in ambiti spirituali, consuma troppa vita fisica e la vita finisce presto!” ha decretato uno dei due coniugi Hellinger. E hanno consigliato alla signora di darsi a qualche lavoro manuale e di condivisione. Ma la cosa sorprendente è che in quella rappresentazione (molto più facile da leggere di altre), era davvero tutto nero su bianco con lei guardava un cadavere steso a terra (forse il marito?) e lui le diceva di lasciarla in pace! Gliel’hanno fatta fare comunque, per farle fare l’esperienza trasformativa. Ma loro il problema della signora l’avevano già beccato quando si è seduta in mezzo loro.

Con sorpesa, abbiamo assistito anche a dei rifiuti. A Bert che ha detto a una donna, sempre sorridendo come sa fare lui: “Ne hai già fatti fuori di terapeuti, eh? Mi dispiace, non sono a tua disposizione per farmi divorare”. E chissà che questo non le abbia regalato quella consapevolezza di cui aveva bisogno a proposito dei segnali che manda con continue richieste di aiuto.

Oppure a quella ragazza, giovane, avvenente, provocante che lamentava un problema con la mamma che avrebbe voluto un maschio.  “Devo fermarmi qui perché vedo che non sei pronta”. Per poi aggiungere: “Molte donne vivono ancora con l’idea che la mamma debba dare ancora qualcosa e aspettano la cosa giusta. Io ho scoperto che se la madre ha dato la vita ha fatto quello che c’era da fare”.

 

Ammetto di essere tra quelle  che da una madre umana e si aspetta qualcosa di più che il dare la vita. Me lo aspetto anche da una mamma animale, visto la fortunata esperienza che ho avuto con la mia cagnolina Melissa che è stata impeccabile per tutto l’allattamento dei suoi 4 cuccioli. Ma certo, se un essere umano passa tutta la vita a recriminare l’affetto mancato non riporta indietro le lancette dell’orologio e non diventa mai pienamente responsabile. Per questo, credo, il grosso delle meditazioni e dei lavori che si fanno propongono una riconciliazione con la madre.

Con un assunto inequivocabile che Bert Hellinger ha voluto chiarire ancora una volta. “Una Costellazione può far vedere qualcosa, ma il passo definitivo è dato del cliente. Ci vuole tempo per rilevare che quello che ha visto qui è reale:

ognuno continua a suo modo, nessuno è tolto dal proprio contesto”.

E un invito a inizio giornata che mi ha accompagnato tutto il giorno come un mantra: “la felicità è vicina, davanti ai nostri piedi, ma spesso non riusciamo a vederla, perché guardiamo lontano”.

Una felicità che ho sperimentato in un esercizio fatto faccia a faccia con una nuova amica mentre gli altri facevano altrettanto. Ci siamo guardate negli occhi 10 minuti. Dieci minuti di sguardi, sorrisi e pacificazione che mi hanno messa bene per tutto il giorno. E a fine giornata mi sono unita alla standing ovation che il pubblico ha tributato ai maestri (e alle 23.36 di sabato sera, a casa solo io e il pc, ma la felicità continua).

Costellazioni atti primo:mammà, pace subito

Al primo atto delle Costellazioni Familiari ho seguito con diligenza le indicazioni di Bert e Sophie Hellinger che  sono riusciti a convincere tutti a “sperimentare” (con il cuore, con l’emisfero destro), invece di “scrivere” (emisfero sinistro). Eravamo in 90, per la maggior parte donne, seduti in quattro file di sedie disposte in cerchio, mentre i maestri erano sul palco, una sedia vuota in mezzo a loro per i clienti, un bravo traduttore dal tedesco e Christina, la direttora di Hellinger School in Italia.

 

Appoggiando penna e blocco, sono riuscita ad appoggiare sulle poltroncine rosse del Marriott la mia testolina san tommasiana che urla sempre: “voglio le prove di quello che dici” per entrare in uno spazio di raccoglimento guidata dalla voce carismatica di Bert Hellinger o da quella di Sophie, di cui ieri percepivo tutta la forza più che la durezza iniziale.

 

Degli esercizi fatti ne ricordo uno: ho guardato fisso negli occhi per 10 minuti un uomo della fila dietro di me immaginando che fosse mia madre. Credetemi non fnivano mai quei 10minuti occhi negli occhi di un estraneo, con l’attenzione al respiro, ai dolori che mi attraversano il corpo ai ricordi che mi assalgono, a un principio di lacrime che volevo trattenere e a un sorriso bloccato che non riusciva a uscire dalla mia bocca neanche se chiamato a tutta forza da Sophie. “Basta il passato è passato. Avere avuto. Ora sta a scegliere. Volete farglielo un sorriso a vostra madre?“. E io stitica come se mi avessero cucito le labbra. Poi mi è balenata un’immmagine divertente e un sorriso storto mi è scappato.

 

Ammetto che mi sono divertita di più a invertire i ruoli e fare la madre per 10 minuti interi nella mia vita: son belle soddisfazioni!

 

Ma soprattutto ho amato molto fare la nonna, la bisnonna o la bis-bis-bis zia (esattamente non saprei). E’successo quando Sophie ha voluto aiutare quelli che hanno ammesso le loro difficoltà, costruendo per loro, sotto il palco, intere catene di uomini e donne che rappresentavano le generazioni precedenti.

 

La maestra ci ha detto “chi vuole si attacchi” e non me lo sono fatta certo ripetere: stare in quel  potente gineceo energetico è stata un’esperienza intensa e allegra.

 

Inutile dire che appena sono arrivata a casa ho chiamato mia mamma a cui è partita subito una sequela di istruzioni per l’uso della vita che non sono riuscita a dribblare. Si è persa una bella occasione di sentirsi dire che le voglio bene, ma prometto che ci riproverò. Sempre che il mio sorriso stitico me lo consenta!

 

Regalo la primogenitura!

E’ complicato credere alle parole di Bert Hellinger, ma è ancora più complicato non credere ai suoi occhi azzurri che si lasciano scrutare senza imbarazzo. “Dove ci porta la guarigione l’ho imparato da mia moglie Sophie:  sono contento che ci sia anche lei”, dice prima di abbracciare la dolce metà con occhi adoranti. Scatta l’applauso. Qualcuno nel pubblico si commuove. La bella Sophie c’è abituata e si siede.

 

I  primi sono arrivati alle quattro e alle sei e trenta, ora di inizio lavori, la sala conferenze del Marriott è piena. Hellinger parla della malattia. Del nostro modo di reagire. “Curarla per noi equivale a cercare di mandarla via. Ma dobbiamo vedere che cosa c’è dietro”. E invita una donna del pubblico con un problema di salute a salire sul palco. Poi ne chiama un’altra, esperta del suo metodo, a interpretare il male: perfetta quest’ultima, veste tutta di nero, la divisa di ordinanza delle milanesi che in questo contesto fa tanto prefica. E come tale si comporta: tocca la cliente che guarda altrove, poi inizia a piangere. Una terza donna è invitata a salire sul palco. Le due si fronteggiano, la cliente viene messa in mezzo e versa anche lei le sue lacrime. E’ Hellinger stesso a farlo notare, mentre guarda la scena senza invaderla. Finchè la cliente sorride alla seconda arrivata. La malattia si gira. “Lasciala andare”, esorta Hellinger alla cliente. “Ha svolto il suo compito. Doveva solo metterti in contatto con lei”.

Le signore tornano in platea, Hellinger spiega. “Liberarsi della malattia era facile, la malattia era ben disposta. Ma quando l’ha guardata, la cliente guardava un’altra persona. Per questo l’ho aggiunta. L’altra donna rappresenta chi non ha più un posto nella nostra vita. E’ un po’ strano rappresentare le cose in questo modo, vero?”, conviene il vecchio maestro.

La malattia ha a che fare con l’anima. L’anima non ci appartiene. E’ la forza che tiene insieme il nostro corpo e va al di là di esso. C’è un’anima comune e spesso una malattia comune nelle famiglie. “L’anima segue degli ordini di base ma quando si discorda da essi, il corpo si ammala”.

 

La prima regola dell’anima

“La prima regola è che gli esclusi hanno lo stesso diritto di appartenenza di tutti gli altri. Negandolo soffre l’anima e anche il corpo. Per esempio un aborto. Escludendo l’anima del bambino non nato, anche il corpo si ammala”, prosegue Hellinger.

Continuo ad aver rispetto per i suoi grandi occhi azzurri per la sua età, per la sua elaborazione. Però sta toccando un tasto dolente per le donne: decidere di non far nascere un figlio non cercato o che non si riesce a crescere è una scelta durissima con forti ripercussioni emotive. Ma pur sempre legittima, talvolta necessaria e per fortuna da una manciata d’anni tutelata per legge.

 

Questi figli non nati sono un punto cardine del suo pensiero. E mi attorciglio mentalmente attorno al concetto di colpa, domandandomi quanto il Vaticano possa gradire questo punto di vista così ortodosso del suo ex missionario cattolico che ha studiato teologia prima di approdare alla psicoanalisi. Dove finisce il teologo? Dove inizia lo psicoanalista? Hellinger sosterrà che è il senso di colpa a farci ammalare?

 

 

Bert passa la parola a Sophie che è di una durezza teutonica. “Guarigione uguale ordine. Malattia uguale disordine. Ci sono delle regole, vanno conosciute. Nel lavoro, nella vita privata e nella malattia”. Sophie spiega chiaramente che il problema non riguarda solo gli aborti cercati, ma anche quelli spontanei se i bambini non erano voluti perché le anime dei bimbi non nati non accettano giustificazioni. E nemmeno i fratellini che arrivano dopo le accettano. Saranno difficili da trattare, rumorosi e invadenti. “Per tacere ciò che accade con le fecondazioni artificiali”. Non so quanti se ne rendano conto, ma su quelle parole una decina di persone iniziano a tossire in contemporanea: mi limito a registrare il dato curioso.

 

Meditation* und esperimento

Secondo gli Hellinger, dunque, la prima cosa da fare è capire qual è il posto che occupiamo “davvero” nella gerarchia famigliare. Non significa che abbiamo mamme abortiste: possono aver espulso degli ovuli fecondati senza saperlo. Bert ci coinvolge in un esperimento. Dopo una breve meditazione, elenca lento i numeri da 1 a 15: quello che ci risuona nel corpo, equivale al nostro posto nella gerarchia famigliare. A me fanno male i piedi, fortissimissimamente. Li collego a un problema di radicamento. Il dolore si allenta appena quando pronuncia il 6: che sia quello il mio posto? E dire che in famiglia, in quanto primogenita, vengo chiamata da mia madre “La Numero Uno”, con tanto di maiuscole nella voce.

 

 

Mi perdo nei miei dubbi, Bert riprende. “Le nuove costellazioni vogliono mostrare come si passa dalla dipendenza all’indipendenza assumendosi le responsabilità delle proprie parole, dei propri pensieri e dei propri sentimenti che sono interconnessi. E un adulto se vuole guarire non può certo nascondersi su quello che è successo 40 anni prima!”.

 

 

E si torna alla madre…

La strada della guarigione, sostiene il Bert psicoanalista, passa dal recupero del rapporto con la madre perché è la relazione più intensa e intima che conosciamo, nonché la prima: il modo in cui ci siamo separati da lei crea una sofferenza che si ripercuote in tutti i rapporti a partire da quello di coppia. Sul come risolverlo tornando alla madre… i buoni propositi non c’entrano, ma Bert rimanda al libro che sta presentando (La guarigione, Tecniche Nuove, euro 12,90).

 

Vorrei fargli una domanda. Chiedergli come si pone di fronte alle persone malate che parteciperanno al seminario in cerca di una guarigione fisica e torneranno a casa con la loro malattia. Non si rischia di vendere speranze che poi non si è in grado di mantenere?

 

La domanda mancata

Sono la prima giornalista a parlare del piccolo cerchio di fortunati che possono rivolgergli una domanda a testa. Ora tocca a me. Ma non sono pronta, sono a disagio e in imbarazzo. Riesco a chiedere soltanto che relazione c’è tra la guarigione dell’anima e del corpo. Risponde lapidario. “La guarigione inizia dall’anima e prosegue nel corpo”.

 

Lo aveva già detto, ma non sono pacificata. Lascio la parola ai colleghi, alcuni dei quali si mettono a dissertare delle loro teorie, prendendosi tutto il tempo di cui hanno bisogno. Bravi loro. Magari ha ragione Hellinger: se avessi parlato per sesta sarebbe andata meglio, avrei potuto fargli la mia domanda e avere la mia risposta. Per oggi è andata così. Ho ancora quattro giorni di seminario davanti per avere questa risposta. E capire che cosa c’è in fondo ai suoi strepitosi occhi azzurri. Intanto mi godo la standing ovation: il pubblico è tutto in piedi, silenzioso e tributa il suo omaggio all’anziano maestro che li ha incantati.

 

 

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A Milano il papà delle Costellazioni Familiari

 

Chissà che effetto farebbe sulla famiglia Simpson una bella sessione di Costellazioni Familiari? Si tratta di  un percorso nato per sciogliere quei nodi che ci trasmettiamo di generazione in generazione e che sono portatori di sofferenze emotive e fisiche o di comportamenti tutt’altro che funzionali.

Questo metodo di guarigione è stato sviluppato da Bert Hellinger, psicoanalista e teologo tedesco che ha nel suo curriculum 16 anni di lavoro come missionario in Africa, diverse pratiche terapeutiche e 25 libri alle spalle di grande successo. E che domani sarà a Milano per presentare La guarigione (euro 12,90 ), un bigino del suo pensiero appena pubblicato da Tecniche Nuove e il dvd Conoscere le Costellazioni Organizzative. (euro 24,90).

Il dvd devo ancora vederlo, ma il libro l’ho quasi finito. È sottile, ma densissimo anche perché i concetti che propone non sono tra i più semplici da mandare giù!

Hellinger parte dal presupposto che le famiglie siano un sistema arcaico che imprime all’individuo una forma di condizionamento potentissima di cui nessuno è consapevole.

Tanto che se un membro della famiglia è stato escluso o dimenticato dalla famiglia stessa (per esempio un fratello maggiore nato morto) nel sistema agirebbe una pressione affinché un successore si faccia carico del suo ruolo e arrivi a identificarsi con lui fino a riprenderne il destino, ripercorrendone la malattia, le difficoltà di vita o persino la morte.

Le Costellazioni Familiari si propongono di mettere in scena questi schemi e romperli una volta per tutti.

Un metodo su cui la “psicologia ufficiale” ha parecchie perplessità, ma che ha sempre più estimatori nel mondo della crescita personale anche in Italia. E che andiamo a sentirci raccontare proprio dal suo ideatore.

Domani, infatti, 29 febbraio 2012, Bert Hellinger, classe 1925, terrà una conferenza gratuita dal titolo Come riesce più facile la vita (dalle 1830 alle 20,30 all’Hotel Marriott,  in via Washington 66, MM 1, fermata Wagner).

Se deciderete di seguirlo, potrete partecipare al workshop di Costellazioni Familiari che tiene insieme alla moglie Sophie sabato 3 marzo oppure all’intero Seminario di Guarigione dall’1 al 4. Per tutti gli eventi (compreso quello gratuito) è necessario iscriversi contattando Christina, la direttrice della sua scuola italiana (mail@allegria.bz). Oppure arrivare domani intorno alle 16.

Se questo weekend farete dell’altro, godetevelo: potrete leggervi la sintesi del seminario su mangiopregoamo. Sempre sui vostri schermi.

 

 

Give me another chance!

Cosa può succedere quando ci si sente diagnosticare un tumore e meno del 20% di possibilità di sopravvivergli?

 

 

La vita diventa un video che si annersice all’improvviso, rimane soltanto un puntolino di luce al centro che via via si va spegnendo. Così l’ha vissuta Marta Leri, ex insegnante di lettere che racconta la sua esperienza con il cancro ne Il riccio e la castagna (Ferrari Editore), un diario sincero, garbato, a tratti perfino spudorato non solo della lotta contro la malattia, ma della riappacificazione con la vita. Perché Marta approfitta di questa pausa obbbligata dalla quotidianità per farsi un paio di quelle semplicissime domande che fanno capolino dentro a ognuno di noi, ma poi vengono coperte dal rumore di fondo delle mille cose che facciamo. Cosa voglio dalla vita? Quali sono le parti di me che non ho sviluppato? Come funziona davvero la mia mente? Perché vivo nella paura?

 

E poco alla volta, accompagnata da buoni maestri e compagni di pratica,  riesce a svoltare. Esce dal ruolo di vittima, impara a prendersi cura di sé e dei suoi pensieri, a lasciare andare quei legami inutili con le idee “storte” a cui era affezionata, ma anche con tanti oggetti simbolici, per esempio i libri,  perché si accorge di non averne più bisogno. A muoverla non è l’urgenza o la paura di lasciarci la pelle, ma una libertà interiore che si è conquistata attimo dopo attimo. Così si sposa durante la chemioterapia (la foto di questa pagina con il turbante è stata scattata il giorno del suo matrimonio), recupera il rapporto tormentato con i figli, lascia Roma per un paese più piccolo, dice addio all’insegnamento che pure amava e infine intraprende l’avventura della scrittura.

 

Non solo per piacere, ma per poter condividere la sua storia con chi sta vivendo momenti simili, ma anche per lanciare a tutti un messaggio. Le malattie arrivano per dirci che qualcosa nella nostra vita si è inceppato e che dobbiamo cambiarlo. E se trovassimo il coraggio di guardare in faccia le cose e di prenderci le nostre responsabilità senza bisogno di ammalarci? Sarebbe una straordinaria forma di prevenzione per un’umanità più felice ed evoluta.

 

A tutti noi piace il lieto fine e in questo libro non triste Marta guarisce. Dal cancro e dalla non-vita. E come tutti gli scrittori inizia il suo tour per l’Italia. Domenica 19 febbraio sarà a Milano per una presentazione  presso il laboratorio Sincrasi (in via Marocco 14, MM 1 Pasteur) alle ore 17. Che è anche lo zendo dove si segue la tradizione del maestro zen Thich Nhat Hanh. Presentazione + Meditazione. Altro che Milano da bere!

 

 

La guarigione della curandera

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Cremarmi due giorni di vacanza a Cuba con un mal di pancia da paura e la febbre a 38 e si è trasformata nell’occasione per vivere un’esperienza autentica, una di quelle che tutti sognamo di fare in viaggio. Solo che se te la propone il tour operator o il procacciatore di turno diventa una terribile carnevalata.

La differenza è che io stavo male davvero ed ero a letto da due giorni, tanto che la mia amica Monica era decisissima a scortarmi all’ospedale internazionale. Sulla soglia, siamo state intercettate da Povel, il proprietario della casa particular che ci ospitava.”Questo è un empacho (indigestione ndr). Il medico ti spenna e ti dà una pastiglia. Vi porto io dalla persona giusta. Cura me, mia moglie e il mio bambino di due anni”.

Povel ha il dinero, porta i pantalon e non ammette replice. Gli siamo trotterellate dietro in cerca di Marisa, la santera che cura. “Non è magia, è una grazia. Lei si fa carico del tuo male e te lo toglie”. Povel, oltre ad avere il dinero e i pantalon, crede nella regla de Ocha, un sincretismo che mescola cattolicesimo e animismo e che è stata importata a Cuba dagli schiavi africani. Il governo di Fidel l’ha valorizzata e protetta e oggi la Santeria (termine in cui alcuni vedono una nota dispregiativa)  ha avuto un nuovo impulso e molti adepti anche tra i bianchi come Povel.

Marisa stava riposando, ci ha accolto ravvivandosi i capelli arruffati, un sorriso disponibile e curioso sul suo faccione da mami. Mi sono guardata intorno: al piano terra c’erano due poltrone e un lettore dvd con chiavetta, sopra, due stanze essenziali dai muri nudi. Nella sua, un letto a una piazza e mezzo, una scrivania con un paio di foto, qualche candela e dei bicchieri d’acqua. E l’unico lusso dei poveri: la pulizia. Dopo aver steso su un letto un lenzuolo di un bianco così abbagliante che nessun programma di lavatrice+Dixan sono in grado di emulare, mi ha invitato a sdraiarmi.

Le sue mani potenti sulla mia pancia gonfia e il racconto delle mie relazioni tormentate con il cibo e con il bagno l’hanno convinta a confermare la diagnosi di Pavel. “Ora ti libero dall’empacho: rutterò, non spaventarti“.

E così ha fatto. Prima mi ha segnato delle croci sull’addome con della polvere bianca, poi ha iniziato a mimare il gesto di portare via qualcosa con le mani dal mio stomaco, buttarlo fuori dalla finestra e sputarlo. Nulla di caricaturale, tutto molto soft.  Credo mormorasse delle formule in lingua Yoruba, ma ero stordita dalla febbre e stranita anche se percepivo il suo modo di muoversi sul mio corpo innocuo e accuditivo.

“Ti fa male qui?”, mi ha chiesto palpandomi intorno all’ovaia destra. “Lì c’è l’appendice: se duole vola dal medico“, si è raccomandata, prima di decretare che l’empacho era passato e che ci volevano una una sopa per cena e una tisana (“Tranquilla, se le erbe che ti dò fossero velenose sarei già morta da un pezzo“).

Non ha voluto dinero e nemmeno un semplice grazie: “E’ una cosa che faccio per me stessa”. I suoi occhi carbone e la sua risata eccessiva dialogavano con qualcosa di molto antico che stava dentro di me, forse da molto tempo prima di me. Non potevo non crederle perché parlava con tutta se stessa a tutta me stessa. Il mio bisogno di sdebitarmi e di ripagarla poteva starsene insoddisfatto, tenuto a bada da emozioni più potenti .

Venti minuti dopo Monica e io eravamo nella nostra casa particular a bere la tisana e a ringraziare Povel.

Il termometro sotto la mia ascella segnava di nuovo 37. E finalmente -dopo sei Imodium e una Marisa – potevo smettere di dare del tu alla tazza del water per riacquistare con lei un rapporto più formale.

Siamo tornate il giorno dopo dalla nostra mami con una bottiglia d’olio e un vasetto di burro d’arachidi e l’abbiamo pregata di leggerci il nostro passato e il nostro futuro. Sarà l’occasione di un altro post. Che farò dopo una corsa in farmacia  a prendermi un buon flacone di Codex capsule suggeritomi dalla mia curandera di fiducia, una cardiologa italiana esperta in medicina cinese. Ma anche questa è un’altra storia.

 

 

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La mensola e il dragone

 

Se hai delle mensole da montare nell’area a Nord Est di casa, non rimandare a domani. Secondo il calendario cinese, infatti, sabato 21 gennaio 2012 entriamo nell’anno del Drago, il segno dell’Imperatore, l’elemento maschile Yang, simbolo di potere e ricchezza.
Cosa c’entrano le mensole con il Drago, lo spiega il libro Space Clearing, 168 tecniche Feng Shui per eliminare il disordine dalla casa e dalla tue emozioni (Punto di Incontro),  scritto da Lilian Too, espertissima di questa millenaria arte che insegna a sfruttare le direzioni più propizie nella casa per il nostro benessere.
Lilian che è prima di tutto una business woman (è stata la prima donna in Asia a dirigere una banca e ha una MBA ad Harward), sostiene che liberandoci di ciò che è vecchio, inutile e in disordine, lasciamo spazio al nuovo nella nostra vita.


Ma ci suggerisce anche quando evitare le grandi manovre. Durante l’anno del Drago è meglio non tagliare, scavare, segare o fare casino nel nord est domestico dove risiede l’afflizione dello spazio chiamata Tai Tsui o Giove Granduca.

 

Io ho deciso di darle retta, quindi la scorsa settimana, ho puntato come un’indemoniata la bussola dell’iPhone in ogni angolo di casa, e ho sgomberato l’armadio a muro del bagno che è la stanza più a nord est dell’abitazione. Poi ho provato a seguire altri consigli facili: ho tolto lo specchio che rifletteva il letto (allontana il partner), svuotato il soppalco portando una marea di roba vecchia in ricicleria, donato le vecchie coperte a un centro di accoglienza di gatti.
E ho fatto space clearing del computer, cancellando una marea di file compresa una struggente lettera d’amore che mi teneva ancorata a un uomo del passato.
Poi ho scoperto che l’anno del Drago è opposto all’anno del Cane in cui io sono nata e che non girerà benissimo. Per fortuna quando la mia testa decideva di autocommiserarsi e di farsi prendere dalle superstizioni ho sentito che era il momento di fare pulizia dai pensieri vittimistici e dalle paure. Seguendo peraltro le più generose ed entusiastiche intuizioni dell’autrice che è molto efficace quando insegna l’abc della meditazione senza nemmeno chiamarla con questo nome. Va in questa direzione anche il nuovo blog del mio amico e coach Rosario Alfano, essenzialismovitale.blogspot.com con cui presto farò due chiacchiere. Ora vi lascio: ho pochissimo tempo per carteggiare il calorifero del bagno… Non per paura di Giove Granduca ma per portare a termine una delle mille cose che inizio e abbandono. Potrebbe essere davvero evolutivo!

 

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Un giorno uno sciamano mi disse

 

Se c’è qualcosa di biblico nel mio blog è il tempo che passa tra un post e l’altro. Ma in fondo che cos’è un mese di fronte all’eternità dell’universo? Libera dalla tirania di Kronos, il tempo sequenziale, ecco l’intervista a Massimo Shoza Longhi, lo sciamano sannyasin che mi ha trattato lo scorso settembre al festival di Osho. Mi sono avvcinata a lui con la solita modalità scettico-incosciente e mi ha piacevolmente sorpreso l’intimità immediata che si è creata tra noi e la centratura che mi ha accompagnato alcuni giorni dopo il trattamento. Per non parlare della sincronia con cui sono accadute cose che desideravo e che non dipendevano dalla mia volontà. Così l’ho ricontattato per fargli qualche domanda.

 

Massimo, oltre a un diploma dell’Istituto Europeo del Design hai un titolo informale di sciamano. Come te lo sei conquistato?

Appena ventenne ho conosciuto un uomo di medicina grazie al quale mi sono avvicinato a una cultura di guarigione che ho percepito subito come familiare. L’ho seguito per anni e in alcuni lavori ho captato dei ricordi collettivi dii nativi americani in seguito ai quali ho deciso di andare a vivere in Messico, tra eredi Maya e Toltechi, dove ho abitato tre anni e mezzo. Poi ho incontrato un altro maestro che mi ha trasmesso la capacità di portare dei rituali.

Il lavoro che abbiamo fatto insieme si chiama guarigione dei corpi sottili. Ma che cos’è?

Un sistema semplice dal quale si riscontrano conseguenze e benefici anche molto rapidi. Si tratta di un lavoro nuovo per l’Italia: viene portato nel mondo da tre Sannyasin (discepoli di Osho) che dopo 20 anni di pratica lo hanno fatto conoscere anche all’Osho Center di Miasto 4 anni fa.

Qual è la tecnica?

Non è una vera e propria tecnica: si tratta di rimanere in contatto con l’energia del cuore senza giudizio. E facilitare dei movimenti energetici per favorire l’autoguarigione.

Ma cos’è il corpo sottile?

Tutti noi esseri viventi abbiamo un corpo energetico fatto di diversi strati che vengono associati ai sette chakra orientali. Il più evidente per noi è il corpo fisico (che ha l’energia del primo chackra), poi ci sono quelli più sottili che sono connessi con gli altri sei chakra. Alla nascita, il nostro corpo energetico è pulito, ma quando cresciamo l’insieme di traumi, ferite, condizionamenti, abitudini e credenze materializzano delle strutture ingombranti.

Un po’ come fa la psiche in seguito ai traumi?

Esattamente. Anche il sistema energetico ha le sue memorie e risponde con degli automatismi, per esempio chudendo alcuni chakra per paure legate a certi eventi esterni. Con questo lavoro si porta consapevolezza delle memorie passate, si rilasciano i blocchi e si restituisce valore alle qualità delle persone.

Concretamente cosa avviene dopo un trattamento?

Per esempio puoi rispondere in modo nuovo a  una situazione che fino a poco tempo prima ti avrebbe bloccato, reagendo con la consapevolezza dell’adulto e non del bambino che si deve difendere.

Come hai fatto tuo questo metodo?

Intanto sperimentandolo molto su me stesso. Negli ultimi tre anni sono cambiato in profondità, per esempio nel mio modo di vivere le relazioni sentimentali. Prima avevo troppe aspettative sull’altra persona e davo un peso eccessivo a piccole dinamiche che mettevano in crisi il rapporto.

E il tuo modo di stare con una compagna come è cambiato?

Quando ho iniziato a sentire che il mio bisogno di amore non poteva essere soddisfatto in modo incondizionato ho lasciato andare l’abitudine di pretendere risposte. Ed è stato come togliermi un vestito vecchio e stretto. Oggi sono più presente alle mie sensazioni, rispetto il mio movimento energetico e quello degli altri.

Bisogni, tradimenti, gelosia: vuoi dirci che te ne sei liberato una volta per tutte?

No, ma avvertendo prima queste emozioni diventa più facile non identificarmici. La comunicazione è più fluida e sono più vero. Anche con chi non ha il mio stesso approccio spirituale.

Cosa cambia rispetto a un approcio “psi” agli stessi temi?

Si tratta di un lavoro più sottile: io sento proprio l’energia che si muove e si trasforma.

Raccontaci una sessione dal tuo punto di vista.

La persona mi accenna a una tematica che le sta a cuore e io entro in sintonia con  lei. Poi comincia la lettura energetica, ovvero percepisco come si struttura la sua energia rispetto al vissuto che mi ha esposto. Io sono un visivo e quindi vedo l’energia sotto forma di colori. Per esempio posso vedere un secondo chackra ricoperto di una nube densa e arancione che si fonde con il primo. E allora mi accorgo che la persona viene sovrastata, travolta dalle emozioni e opero per rilasciarle.

Come le rilasci?

Intanto con la presenza. E poi trasmettendo una vibrazione armonica, come se accordassi uno strumento. All’inizio  facevo tutto in modo molto teatrale perché mi serviva per andare in profondità. Oggi mi muovo appena intorno al corpo fisico della persona sdraiata, magari intono l’Ohm come un soffio vicino all’orecchio. Detto così sembra fantascienza, ma tu stessa ne hai sperimentato gli effetti.

Sì e sono diffidente. Ma il giorno dopo ho avuto una serie di fortunate coincidenze. Come le spieghi?

Quando ti liberi dalle strutture che ti bloccano permetti alle tue  qualità essenziali di vibrare. L’esistenza lo percepisce e arrivano delle risposte. In pratica, se il desiderio ti appartiene davvero, si può manifestare.

Cosa pensi del periodo che stiamo vivendo?

E’ un tempo accellerato in cui possiamo sperimentarci e usare gli errori per diventare persone migliori. Certo bisogna scegliere di metterci in gioco per dare più amore. Io lo faccio e riesco a trasmetterlo agli altri. Altrimenti sarebbero parole vuote.

 

 

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Mi sono imbucata a The Matrix, dove i sogni diventano realtà (fine)

 

 

Un frame di Pina, l'ultimo film di Wim Wenders. Secondo il guru del cambiamento Mike Dooley avere il talento di Pina Bausch nella danza o di Wenders nel cinema non assicura la felicità.

ARRIVA LA MATRICE E finlamente Mike Dooley, quello che ci deve svelare come trasformare i sogni in realtà, tira fuori il suo asso dalla manica: è la MATRIX, una matrice a sei colonne che sintetizza il mondo. Nella prima colonna a sinistra c’è la felicità che dipende solo dalla nostra visione del mondo. Nella seconda altri effetti sui quali è in nostro potere lavorare (comprensione, gratitudine, spiritualità, tolleranza…). Poi ci sono il sostentamento, l’abbondanza, la salute e l’aspetto fisico. Più andiamo verso la colonna di destra, più troviamo le illusioni cioè quelle cose che non possono renderci davvero felici, né dipendono solo da noi. Sono il talento, gli abiti e l’armonia famigliare (quarta colonna), i progetti, la quantità di denaro e gli eventi (quinta), “quella” persona, “quel” posto di lavoro, “quella casa” (sesta colonna).

 

SEMPLIFICHIAMO, PLEASE Sognando pace e pazienza, li otterremo e ci porteranno alla felicità. Ma l’attico con giardino pensile che vedo sulla strada di casa, ballare come Pina Bausch (nella foto un frame di Pina, l’ultimo film di Wim Wenders), uscire con il coach che molesto al telefono con la scusa di intervistarlo per Glamour posso proprio scordarmeli, sembra dire il nostro. Conosci l’espressione: occhio a che cosa desideri: potresti ottenerlo? Lascia che sia l’universo a occuparsi dei dettagli, resta sugli obiettivi generali”. Mr. Dooley, mi consenta. Solo gli illuminati si concentrano  su amore e tolleranza. E non hanno neppure bisogno della sua matrice! In che modo può aiutare me, che illuminata non sono? “Per migliorare la tua vita, scegli un aspetto concerto che vuoi cambiare davvero (lavoro, casa, amore…). Poi entra nei dettagli di quella visione. Concentrati sulle conseguenze felici di questo cambiamento e regalati quella ricchezza di particolari che alimentano il tuo entusiasmo. Visualizza ogni giorno per cinque massimo dieci minuti alla volta, immaginando oggetti, suoni, colori e profumi. Senti con il cuore ciò che ti aspetti di provare quando la vita dei tuoi sogni si realizzerà. Mettiti al centro del tuo quadro, poi oltrepassalo. Non attaccarti”.

 

MI SI NOTA DI PIù SE PROVO O SE NON PROVO? La cosa che mi piace di quest’uomo è che mi-ci legge nel pensiero. Perché in questo momento tutti cominciamo a riscalettare le priorità e a renderci conto di non sapere da che parte cominciare! “Incontro sempre persone che non sapendo quale passo fare per primo restano ferme. Aspettano in disparte, a volte facendo un lavoro che odiano, altre senza nemmeno avere un impiego in attesa che qualcuno le chiami per un colloquio e cambi la loro vita. Nessuno le chiamerà mai. AGISCI ORA! Ricorda l’analogia con il GPS: partire nella direzione sbagliata è meglio che rimanere parcheggiati. Perciò mettiti in moto!”, gorgheggia lo spilungone dal palco.

 

THANK YOU, MR. DOOLEY Il maestro è convincente ma la via della matrice, la cosa più nuova, mi pare un arzigogolo bizzarro. In ogni caso me la telo dal seminario e inizio a mettere in pratica alcune indicazioni. Un linguaggio interiore più gentile. Una visualizzazione. E questo articolo lungo-per-essere-un-post-ma-va-bene-così. Se voglio cambiare la mia vita a partire dai miei pensieri, e gli dò una bella ripulita smettendo di auto-criticarmi. A partire da quello che scrivo. Parafarasando Van Gogh “Se qualcosa parla in te per dirti non sei blogger, ebbene in questo caso vecchia mia: blogga. E questa voce tacerà”.