Dopo quattro giorni di Costellazioni Familiari condotte da Bert Hellinger mi sembra che niente sia più come prima. Fuori e dentro di me.
Giovedì scorso ero sola tra 90 estranei. Domenica sedevo tra Susanna, l’ex psicoterapeuta di una cara amica, e Nicola, il marito di una donna che ho intervistato la scorsa estate. Ho conosciuto entrambi in questi quattro giorni, ma nello studio di lei ero già entrata attraverso la voce della mia amica, nella casa di lui direttamente dalla porta d’ingresso. Abbiamo le prove: una foto pubblicata sull’ultimo numero di Glamour ritrae me e sua moglie sul loro terrazzo, entrambe strette nei nostri tubini neri e nei sorrisi di circostanza.
Tu chiamale, se vuoi, coincidenze
Al seminario eravamo un centinaio di persone, questi incontri avrei potuto farli anche a una festa, mi dico. Ma quello che ho condiviso con loro è stato più intimo di un brindisi. In un esercizio lui che era seduto dietro di me è stato prima mia madre e poi mio figlio, mentre per Susanna sono stata la felicità, felice e appagata a mia volta. Con entrambi ci siamo guardati a lungo negli occhi, scambiandoci lacrime appena velate o aperti sorrisi. A workshop finito parliamo di astrologia, una passione che ci accomuna. Saluto Susanna in piazzale Loreto e lei pochi minuti dopo incontra la mia-amica-sua-ex-paziente che non vedeva da due anni. Mi arrendo all’evidenza. E’ tutto al suo posto, tutto dove deve essere. Abbiamo lavorato per quattro giorni su livelli energetici molto alti: qualcosa, da qualche parte, si sarà mosso nell’universo!
“Ciao, sono il tuo dio”
Ripenso all’ultimo giorno del workhsop, alle parole di Bert, alle domande e alle risposte. E soprattutto a un avvertimento. “Attenzione alla buona coscienza. Tutte le fazioni di una guerra seguono la loro buona coscienza. Ma chi c’è dietro? Dietro ogni coscienza agisce un dio personale, un dio che si chiama io. Lo segui perchè hai paura di un dio castigante. Però tu ne ho un altro, tutti ne abbiamo un altro e si chiamano tutti io”. Mi vengono alla mente le parole di Igor Sibaldi, l’autore dei Maestri Invisibili e del Libro della Creazione di cui ho seguito un bellissimo seminario su Disobbedienza e Creatività alla Libreria Esoterica di Milano, seminario che si ripeterà a Rimini il 17 2 18 marzo (info: www.maestriinvisibili.com). Sibaldi sostiene che il nostro io è molto più grande di quello che sembra, che noi riusciamo a percepire e non è dentro di noi. Include tantissimo passato, gran parte del futuro e relativamente poco presente. Si può dire che includa qualche milione di persone; a parte i genitori, contiene le persone che i genitori hanno conosciuto e quelli che hanno conosciuto quelli che hanno conosciuto i genitori, e così via per tante generazioni. Ci sono delle similitudini interessanti: Hellinger parla di un dio personale che si manifesta nel gruppo e ha una tendenza a espandersi a guerreggiare con gli altri dei e che l’unico modo di sfuggire è arrivare a un’altra consapevolezza. “Al di là dei nostri dei e della nostra coscienza, c’è solo consapevolezza, una consapevolezza creatrice dove tutti sono uguali e sono voluti come sono, senza differenza”. Come ci si arriva? Non traccia un percorso netto in questo seminario. Ma a ripensare alle meditazioni che abbiamo fatto in questi giorni, lo sintetizzerei con un percorso di riappropriazione del nostro corpo, dei nostri pensieri e delle nostre emozioni.
Le due facce dell’amore
Il tempo stringe, il seminario volge al termine. I costellatori costellano ancora, poi si aprono alle domande del pubblico. In qualche modo mi viene chiarito perché certe loro reazioni ci erano apparse così dure: “Il costellatore non deve avere intenzioni, non deve avere paura di ciò che si mostra, nessuna compassione per il destino altrui perché ognuno ha il destino che può sopportare, ma, ed è il punto più difficile, deve porsi senza amore. Sono atteggiamenti che appartengono a una coscienza diversa da chi vuole porgere aiuto, per esempio dagli piscoterapeuti. Ma solo andando avanti nel percorso è dato di comprendere”. Non lo comprendo e me ne sto, ma almeno comprendo perché sembrano talvolta poco empatici: perché non vogliono e non devono esserlo. Sono nell’amore, ma quello dello spirito, un tipo di amore diverso da quello che intendiamo normalmente, un amore che parte dall’accettazione della vita così come è, senza nulla cambiare.
L’amore “tossico” è quella della coscienza, è legato al bisogno di poter appartenere alla famiglia o al gruppo ed è in suo nome che ci addossiamo la responsabiltà (e talvolta perfino le malattie) di qualcuno che è venuto prima.
Un nuovo spazio di libertà
Mentre Hellinger pronuncia queste parole, mi viene in mente un episodio lontano del mio passato e ho il sospetto di aver fatto un bel “io per te” nei confronti di mia mamma. Chiaro che non posso esserne certa (dubito che Hellinger avvalori l’autodiagnosi) ma il tarlo mi rode. Sarà bastato fare il pubblico delle Costellazioni per spezzarlo? Ma con tanti lavori sull’accettazione della madre per quello che è, qualcosa tra me e lei è cambiato. L’ho chiamata spesso, ho accolto i suoi timori senza farli miei né restituirglieli amplificati, ho ascoltato i suoi consigli invadenti senza battere un ciglio interiore, senza quella rabbia che a lungo ha caratterizzato il nostro rapporto anche se cerco disperatamente di smorzarla o per lo meno di non ributtargliela contro. Anzi, a dirla tutta, non li ho neppure considerati invadenti e mi sono aperta alla possibilità che lei avesse ragione e che il suo punto di vista fosse interessante anche se lo esprimeva in un modo concitato. Non sarà una rivoluzione copernicana, ma certamente è un piccolo cambiamento di segno. Così come mi sono accorta di aver detto alcuni no senza fatica, con garbo e fermezza, senza sensi di colpa, come se l’assertività fosse la specialità della casa.
La mia parte razionale si chiede se sono conquiste definitve (in questo caso sarebbero ENORMI!) o se è solo l’effetto-benessere-centratura del dopo seminario. Qualsiasi durata abbia, questo atteggiamento interiore non ho forzato mi rivela un modo di essere solido e una fermezza che non conoscevo. E’ uno spazio di libertà e come tale la accolgo. Ringraziando chi mi ha aiutato ad aprire il sentiero.























